ARMANDO FETTOLINI

A volte il tempo si ferma. Un minuto è come un’ora, un’ora è come un mese. Fuori la vita scorre, nella sua inesorabile quotidianità. Giorno dopo giorno, l’esistenza si dipana con i suoi ritmi, che apparentemente assecondiamo, svolgendo le azioni che la consuetudine ci apparecchia. Ma intorno a noi c’è un involucro che ci isola in un fermo immagine. Un’atrofia dei sensi e delle emozioni, che restano lì, raggelati in un istante che risponde a una diversa legge del tempo. 
Il fermo immagine di Armando è durato circa centottanta giorni. Giorno più, giorno meno. Poi lentamente e progressivamente l’involucro si e ammorbidito e ha lasciato uscire ciò che lui aveva tenuto dentro con sé, per proteggerlo e per proteggersi. Le emozioni, i sorrisi, le sensazioni, i sogni, i suoni, gli odori, i sapori: ora dopo ora la vita è scappata dall’involucro e ha ripreso colore. Ed era proprio quello che mancava all’appello, l’ultimo a riprendere il proprio posto nel tempo reale: il colore. La sua pittura. 
C’era quasi un riverente timore a rincontrarla. Come quando si deve rivedere una persona che per noi è stata importante e che non vediamo da anni. Poi è questione di un attimo. Come per tutti i grandi amori basta un istante per ritrovare la sintonia. Per sentirsi di nuovo una cosa sola. 
Ma un segno i giorni passati nell’involucro l’hanno lasciato: una nuova luce e la traccia di un cammino tutto da percorrere. 
 
Il ritorno alla pittura di Armando Fettolini dopo questa sosta imprevista e imprevedibile è stato, come immaginabile, ancora all’insegna del blu. Il suo blu. Quel blu che aveva caratterizzato la sua produzione degli ultimi anni e che ora acquista il significato di un’ulteriore apertura verso l’infinito. I titoli dei lavori (Vibrazioni, Contrappunti, Trame, Speranza) confermano questa tendenza, quasi un’attitudine sinestetica, che si rivolge al soggetto astratto pur senza escludere il fattore umano e che traduce in forme e colore l’armoniosa rispondenza di vibrazioni cosmiche ed emozioni terrene, sensazioni personali e percezioni universali.
Le Derive occasionali di Fettolini – i suoi paesaggi “dell’anima” – erano già luoghi dell’immaginazione e dell’espressione del sé. Immerse nel colore blu, esse si sono mutate ormai da qualche anno in campiture che, pur non perdendo di vista la figurazione, dialogano con la forma astratta. Della maniera precedente è rimasta la fedeltà alla (e la fiducia nella) pittura intesa nel senso più tradizionale del termine. Fettolini dipinge da quando è un ragazzino. Più di quarant’anni di mestiere costituiscono un’esperienza ineludibile nel suo percorso. Un’esperienza sulla quale – pur con qualche fuga improvvisa verso la scultura e l’installazione – egli ha costruito la propria credibilità come artista. Ancora oggi resta la pittura, dunque, e non potrebbe essere altrimenti. Restano il gesto, l’impasto materico, un uso sapiente del tocco e della pennellata, il segno e una conoscenza approfondita e intelligente dei valori cromatici, del peso dei colori che mai sfugge all’occhio attento del pittore.
Progressivamente, però, le campiture cromatiche si sono dilatate, fino a diventare spazi aperti, color fields. E man mano i paesaggi hanno smarrito il confine tra terra e cielo, hanno perduto la linea dell’orizzonte, si sono fatti luoghi intangibili e infiniti, spazi in cui l’elemento paesistico è relegato ad alcuni cenni simbolici o si è nascosto in piccoli dettagli che schiacciano l’occhio alla produzione passata.
Lo sguardo dell’artista è andato oltre l’orizzonte, si è perso tra Whistler, Rothko e l’immaginario Elstir proustiano, annullando i confini di un genere pittorico senza cercarne altri, vagando liberamente in un gioco sottile e convincente di pennellate materiche, costruzioni geometriche e decostruzioni visive, senza darsi alcun limite se non il proprio istinto pittorico.
I paesaggi sono diventati cieli – o meglio, ipotesi di cieli – e spazi assoluti in cui perdersi con l’immaginazione. La memoria corre, appunto, ad artisti quali Turner o Whistler, le cui marine senza separazione tra terra, acqua e cielo, paiono anticipare tanta pittura astratta novecentesca. Alcune delle opere della “serie dei Blu” sembrano trovare riferimento proprio in questo tipo di approccio al soggetto: non il suo totale annullamento, ma la sua evoluzione in una direzione di sintesi emotiva e di astrazione.
In alcuni casi Fettolini arriva a destrutturare il paesaggio, a suddividerlo in moduli geometrici autonomi e componibili, annullando di fatto ogni oggettività di rappresentazione, scomponendo l’ipotesi del reale in idee pittoriche, in concetti spaziali basati sulla forma e sul colore: un’ulteriore fuga dall’ipotesi tradizionale dell’opera da cavalletto, pur restando nell’ambito della pittura.
L’impianto generale della composizione è affidato a linee rette – orizzontali, verticali, diagonali – o a forme tondeggianti e a ventaglio, che paiono avvolgere queste figure geometriche, proteggerle, sostenerle, in una rete complessa di elementi che organizzano l’insieme ma non lo ingabbiano in limiti spaziali. Questi reticoli geometrici sembrano voler suggerire (per poi subito superarle) le categorie del tempo e dello spazio, restituire possibili coordinate geografiche, guidare lo sguardo e non permettergli di perdersi in questi immensi campi blu, che paiono cieli, paiono oceani, paiono universi ma sono in realtà la proiezione di un’emozione, di uno stato d’animo, di una ricerca tutta interiore.
Dalla scelta del blu non nasce solo un nuovo linguaggio: si genera anche un pensiero, un’idea, la stessa ragione di essere delle opere. Colore dai molteplici significati iconografici e simbolici, il blu sposa la fisicità del quotidiano all’intangibilità dello spirito; il blu è il mare ma anche il cielo. Il blu è l’orizzonte, l’infinito, l’immensità, il suono di un violoncello (come sosteneva Kandinskij), ma sa essere tangibile e presente, qui e ora, senza sfuggire alla propria concretezza. E questa sua ambiguità, questo suo essere sacro e profano, non poteva non attrarre un artista che da sempre si muove tra cielo e terra, tra Dio e l’Uomo, tra la dolce banalità del quotidiano, la concretezza tangibile, talvolta perfino rabbiosa e fisica, di un gesto pittorico e la dimensione concettuale di una riflessione filosofica.
Da questa ricerca intensa e profondamente emozionale sono nate opere immersive, avvolgenti e sospese, che paiono giocare con il vero, sfiorandolo per poi allontanarsene. Emozioni, intenzioni, pensieri che ora assumono la forma di un paesaggio, ora diventano tracce segniche, vibrazioni cromatiche e ritmi musicali. Opere che raccontano una scelta: una scelta espressiva ma anche una scelta poetica, compiuta incamminandosi in un percorso che inizia, non a caso con l’immagine di una stella salente, una stella che simboleggia la volontà del cambiamento e del fare e non l’attesa passiva dell’avverarsi di un desiderio.
La volontà e la scelta paiono, dunque, essere due parole cardine di questa nuova produzione, oggi ancor più di ieri: termini che si coniugano a una profonda e declamata fiducia nel futuro, a quella Speranza che dà il titolo ad alcuni degli ultimi dipinti.
Fettolini riparte, dunque, da qui: inseguendo una stella salente, in un abbraccio con l’Universo e la sua immensa Bellezza.

(da: Abbracciando l'infinito, catalogo della mostra 180 da qui, Villa Borromeo d'Adda, Arcore, 2020)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
Ormai da qualche anno Armando Fettolini ha trovato il blu. E con il blu ha scelto di immergersi nel cielo. I suoi paesaggi, le sue Derive occasionali – già paesaggi dell’anima ma ancora ascrivibili a un genere pittorico figurativo – si sono mutati in campiture astratte, dove la materia gioca sempre un ruolo da protagonista, permeata, però, di un colore che ha finito con il predominare nella tavolozza dell’artista, il colore simbolico per eccellenza, grande protagonista dell’arte di tutti i tempi.
Il cambiamento – progressivo e necessario – ha preso avvio qualche anno fa ed è giunto ora a uno stadio evolutivo maturo, che suggerisce nuovi e importanti motivi di riflessione nella ricerca dell’artista.
Della maniera precedente resta la fedeltà alla (e la fiducia nella) pittura intesa nel senso più tradizionale del termine. Fettolini dipinge da quando è un ragazzino. Più di quarant’anni di mestiere costituiscono un’esperienza ineludibile nel suo percorso. Un’esperienza sulla quale – pur con qualche fuga improvvisa verso la scultura e l’installazione – egli ha costruito la propria credibilità come artista. Resta la pittura, dunque. Restano il gesto, l’impasto materico, un uso sapiente del tocco e della pennellata, il segno e una conoscenza approfondita e intelligente dei valori cromatici, del peso dei colori che mai sfugge all’occhio attento del pittore.
Più stretta e claustrofobica, invece, cominciava a essere la relazione con il tema del paesaggio. Il processo di astrazione era già cominciato da anni. Le Derive occasionali (così Fettolini chiamava i suoi onirici paesaggi) avevano smarrito da tempo la loro identità di paesaggi tout court per diventare luoghi della mente, sfiorando l’astrazione. Ma quella linea dell’orizzonte, sebbene ridotta spesso a un semplice segno, era sempre lì, a ricordare la dimensione spaziale dell’immagine, riconducendo l’occhio dello spettatore a un concetto di paesaggio che, per quanto dissolto, riportava sempre alla tradizione del genere.
Progressivamente le campiture cromatiche si sono dilatate, fino a diventare spazi aperti, color fields. E man mano i paesaggi hanno smarrito il confine tra terra e cielo, hanno perduto la linea dell’orizzonte, si sono fatti luoghi intangibili e infiniti, spazi in cui l’elemento paesistico è relegato ad alcuni cenni simbolici o si è nascosto in piccoli dettagli che schiacciano l’occhio alla produzione passata.
Lo sguardo dell’artista è andato oltre l’orizzonte, si è perso tra Whistler, Rothko e l’immaginario Elstir proustiano, annullando i confini di un genere pittorico senza cercarne altri, vagando liberamente in un gioco sottile e convincente di pennellate materiche, costruzioni geometriche e decostruzioni visive, senza darsi alcun limite se non il proprio istinto pittorico.
I paesaggi sono diventati cieli – o meglio, ipotesi di cielo – e spazi assoluti in cui perdersi con l’immaginazione. La memoria corre, appunto, ad artisti quali Turner o Whistler, le cui marine senza separazione tra terra, acqua e cielo, paiono anticipare tanta pittura astratta novecentesca. Queste nuove opere di Fettolini sembrano trovare il proprio riferimento proprio in questo tipo di approccio al paesaggio: non il suo totale annullamento, ma la sua evoluzione in una direzione di sintesi emotiva e di astrazione.
In alcuni casi Fettolini arriva a destrutturare il paesaggio, a suddividerlo in moduli geometrici autonomi e componibili, annullando di fatto ogni oggettività di rappresentazione, scomponendo l’ipotesi del reale in idee pittoriche, in concetti spaziali basati sulla forma e sul colore: un’ulteriore fuga dall’ipotesi tradizionale dell’opera da cavalletto, pur restando nell’ambito della pittura.
L’impianto generale della composizione è affidato a linee rette – orizzontali, verticali, diagonali – o a forme tondeggianti che paiono avvolgere queste figure geometriche, proteggerle, sostenerle, in una rete complessa di elementi che organizzano l’insieme ma non lo ingabbiano in limiti spaziali. Questi reticoli geometrici sembrano voler suggerire (per poi subito superarle) le categorie del tempo e dello spazio, restituire possibili coordinate geografiche, guidare lo sguardo e non permettergli di perdersi in questi immensi campi blu, che paiono cieli, paiono oceani, paiono universi ma sono in realtà la proiezione di un’emozione, di uno stato d’animo, di una ricerca tutta interiore.
Complice – o forse dovremmo dire causa ed elemento scatenante – di questo cambiamento è la scoperta di un colore: il blu.
Il blu, nelle sue diverse nuances, era già presente nella produzione dell’artista, ma spartiva la scena con altri colori: il giallo, ad esempio, qualche inaspettato tono di rosso e, soprattutto, il bianco. Ora, invece, è la vera e propria cifra stilistica, l’elemento di riconoscibilità, protagonista assoluto della ricerca di Fettolini anche dal punto di vista più prettamente teorico e speculativo. Dalla scelta del blu non nasce solo un nuovo linguaggio: si genera anche un pensiero, un’idea, la stessa ragione di essere delle opere.
Colore dai molteplici significati iconografici e simbolici, dall’oltremare degli antichi all’IKB di Klein, il blu è da sempre il colore pittorico per eccellenza: il blu della notte, dell’infinito, dello spirito, del sogno, della malinconia… il blu dei cieli dei maestri Veneti, il blu ambiguo della tavolozza di Picasso, il blu spirituale di quella di Kandinskij, quello immaginifico dei cavallini di Franz Marc e quello visionario e sempre accostato al suo complementare di Vincent Van Gogh… Il blu sposa la fisicità del quotidiano all’intangibilità dello spirito; il blu è il mare ma anche il cielo. Il blu è l’orizzonte, l’infinito, l’immensità, ma sa essere tangibile e presente, qui e ora, senza sfuggire alla propria concretezza. E questa sua ambiguità, questo suo essere sacro e profano, non poteva non attrarre un artista che da sempre si muove tra cielo e terra, tra Dio e l’Uomo, tra la dolce banalità del quotidiano, la concretezza tangibile, talvolta perfino rabbiosa e fisica, di un gesto pittorico e la dimensione concettuale di una riflessione filosofica.
Da questa ricerca intensa e profondamente emozionale sono nate opere immersive, avvolgenti e sospese, che paiono giocare con il vero, sfiorandolo per poi allontanarsene. Opere che raccontano una scelta: una scelta espressiva ma anche una scelta poetica, compiuta incamminandosi in un percorso che inizia, non a caso con l’immagine di una stella salente, una stella che simboleggia la volontà del cambiamento e del fare e non l’attesa passiva dell’avverarsi di un desiderio.
La volontà e la scelta paiono, dunque, essere due parole cardine di questa nuova produzione, giunta dopo quarant’anni di ricerca coerente e personale, segnando di fatto una delle fasi più convincenti della produzione dell’artista.
(Come stelle salenti. Pubblicato in: Immergersi nel cielo, LaGrafica editore, 2019)
 
 


Il tema del paesaggio accompagna, dunque, la ricerca di Armando Fettolini fin dagli esordi e fin dagli esordi i suoi paesaggi si sono collocati in un limbo tra realtà e visione, più vicini a Segantini e Böcklin che a Sernesi e Monet. Più studio l’opera di Fettolini e più sento questa ascendenza simbolista come centrale nella sua ricerca. A testimoniare questa relazione forte non sono solo i cicli esplicitamente dedicati all’argomento (come Corpi in viaggio): in tutte le opere dell’artista si coglie una lettura altra, un messaggio ora urlato, ora sussurrato, un’indagine introspettiva che affonda le radici nella pittura ottocentesca di area romantico-simbolista. Le foschie che avvolgono le isole, le montagne, le radure di Fettolini non inseguono un valore percettivo, un’impressione dell’istante, sono evocative, intrise di significati altri, di rimandi metaforici, più vicine alle nebbie del viandante di Friedrich che a quelle che avvolgono il parlamento di Londra di Monet. Sono l’espressione di un viaggio innanzi tutto interiore, un’esperienza spirituale, che parte dall’uomo per elevarsi al trascendente, dall’individuo per raggiungere l’universale. La natura in Fettolini ha, dunque, una certa vocazione per il Sublime, un incanto sottile, sfuggente, che avvolge tutti i sensi. È la Natura con la N maiuscola di leopardiana memoria, la natura del viaggiatore solitario; è lo spazio mentale in cui perdersi; il luogo dove smarrirsi o, al contrario, dove ritrovarsi. Un viaggio verso l’ignoto, mi pare chiaro, dove l’ignoto non è necessariamente oscurità, ma scoperta, piuttosto, crescita, costruzione, conoscenza. Anche Böcklin, del resto, avrebbe preferito che il suo capolavoro oggi noto come L’isola dei morti, avesse come titolo Un luogo meraviglioso. Talvolta è solo una questione di punti di vista.
Nelle prime Derive occasionali e nelle opere della serie Corpi in viaggio, dunque, il colore evoca spazi sospesi, plasma rocce avvolte in una coltre di foschia, suggerisce atmosfere di ascendenza turneriana. La tecnica è ormai codificata in una cifra stilistica personale e riconoscibile: pennellate dense, stese con gesti istintivi e sicuri, schizzi di dripping sapientemente messi in dialogo con superfici materiche, nelle quali il colore permea una crosta gessosa, in un rimando continuo tra sensazioni visive e tattili. Il bianco comincia a farsi il cardine su cui giocano le altre tonalità, il colore di riferimento, la base su cui costruire la composizione: un bianco declinato in tutte le sue possibili sfumature, anche quelle più sporche e aggressive, che segnano un’incolmabile distanza dai bianchi poetici di tanti paesaggi ottocenteschi.
I canoni del paesaggio sono ormai infranti. La sagoma di una montagna, la linea di un orizzonte, la citazione naturalistica non bastano più a contenere questi lavori negli stretti confini di un genere. In molte opere Fettolini sfiora l’astrazione, lasciando che il soggetto diventi quasi un pretesto: uno spazio in cui liberare le proprie emozioni e le proprie riflessioni attraverso il colore.
La prima volta che Armando Fettolini mi ha parlato delle Derive occasionali me le ha presentate come l’attimo di pausa tra un ciclo tematico e l’altro, quasi rappresentassero il suo tempo libero, il momento in cui trarre respiro prima di rimmergersi in riflessioni più importanti e impegnative, l’occasione per riprendere coscienza del proprio lavoro, in attesa di una nuova via da percorrere. Senza dubbio le Derive rappresentano una costante nella produzione dell’artista, il filo che attraversa tutta la sua ricerca, il porto a cui approdare e da cui ripartire; ma è ben difficile credere che esse siano il frutto della quiete tra un momento creativo e l’altro. La loro presenza preponderante e il loro ruolo da protagoniste nel lavoro di Armando suggeriscono al contrario che esse siano il vero alter ego dell’artista, direi quasi il vertice del suo impegno creativo; ben lungi dall’essere pause, le Derive sono piuttosto lo scheletro su cui si dispone l’universo pittorico dell’artista, nonché il luogo dove l’anima, il carattere, le personalità – ma anche i dubbi, le tensioni, le gioie e i dolori – si riversano con straordinaria carica emozionale e con altrettanto istintiva sincerità. Le Derive occasionali rappresentano il viaggio interiore dell’artista, il suo racconto biografico, quasi un diario emotivo, che fa dell’esperienza privata un tema di riflessione che ciascuno potrà interpretare liberamente, trovando un punto di vista e un significato soggettivi. Le Derive non hanno istruzioni per l’uso. Si abbandonano allo sguardo dello spettatore, lasciandolo libero di vagare, cercare, capire, trovare. Sono paesaggi al di là della dimensione del tempo, ma anche al di là delle tre dimensioni dello spazio. Raccontano un mondo in bilico tra ciò che conosciamo e ciò che non abbiamo mai visto, un luogo percorribile eppure astratto.
C’è, a pensarci, un ossimoro della pittura di Fettolini. Da una parte, l’abbiamo già sottolineato, è innegabile l’ascendenza spirituale, la vocazione simbolista della sua pittura. Dall’altra, però, c’è un legame strettissimo con la fisicità delle cose, con la realtà quotidiana, con la contingenza del vero nei suoi aspetti più tangibili. È un ossimoro che riflette la personalità dell’artista, l’uomo Armando Fettolini, eternamente diviso tra spirito e corpo, tra cielo e terra, randagio come i cani che ama tanto dipingere. E c’è tanta, tanta realtà celata in quei paesaggi: ci sono frammenti di terra, sassi, rami, mozziconi di sigarette e polvere. Ci sono tutta la poesia e la brutalità del vero impastate nel colore, nella materia pittorica, nel gesso, a comporre opere che alla fine sollecitano il tatto quanto l’occhio e la mente. Una concretezza apparentemente inconciliabile con l’intangibilità dei concetti espressi, che rende la spiritualità di Fettolini una spiritualità squisitamente umana, in un universo in cui l’errore, l’imperfezione, il difetto non solo non sono banditi, ma sono al contrario i benvenuti; nessun sermone, dunque, nessun insegnamento morale, nessuna vocazione maieutica: piuttosto l’istintivo scorrere dei pensieri di un uomo in tutta la sua complessità, difetti compresi.
La pittura di Fettolini è dunque fisica e spirituale a un tempo. Colore a materia si spartiscono la scena, in un costante e necessario dialogo tra le parti. Il bianco ha progressivamente lasciato respiro ad altri colori: i viola, gli azzurri, i rosa, i gialli… tonalità vibranti, declinate nelle più sottili nuance, intrise di una luce cangiante, avvolgente. E poi c’è la materia, quella di sempre, quella sporca, densa, a tratti un po’ arrogante, che infrange la percezione dello spazio dipinto, creando piccoli cortocircuiti percettivi nell’introdurre tangibili brani di realtà nella finzione del luogo dipinto.
Oggi le Derive sono tutto fuorché occasionali e forse non sono nemmeno più Derive. Non è un caso, del resto, che esse si siano trasformate, in una lenta ma inesorabile e necessaria metamorfosi: hanno preso la strada dell’astrazione, contaminando la propria identità di paesaggi con superfici intrise nel colore, aprendosi a una ricerca pittorica di più ampio respiro, trovando la propria sublimazione in una nuova fase creativa.

(dal catalogo di I miei paesaggi, mostra a Nova Milanese, 2016)



A quarantun’anni la ricerca di Fettolini è giunta già a una notevole maturità. Il suo inconfondibile modo di mettere in dialogo materia e colore rende le sue opere immediatamente riconoscibili, forti di una cifra stilistica personale e sicura. I temi, delineatisi nei decenni precedenti, hanno ormai preso forma, costituendo una sorta di ossatura su cui costruire sempre convincenti riflessioni sulla condizione umana, in un costante dibattersi tra corpo e spirito. Nel 2001 nascono le Scorie in sospensione, forme che evocano otri rovesciate dalle cui cavità sgorgano segni, ferite, talvolta teschi. La dimensione simbolica (direi quasi simbolista) prende il sopravvento nel lungo fregio della Genesi, nel quale l’elemento teschio assume valenze tradizionali, suggerendo percorsi nella memoria che si rivolgono sempre di più alla storia, aprendosi all’indagine e alla denuncia sociale. Difficile non vedere un cimitero nella sequenza di segni incisi sul legno di Non ho più identità, opera del 1999. Le cicatrici evocano la distesa di croci dei camposanti di guerra, quali quelli sulle coste normanne, silenziosi e sterminati come il sacrificio umano di cui recano il ricordo. La guerra con i suo disastri e gli orrori dell’olocausto raccolgono l’interesse dell’artista, che li interpreta nella medesima linea di riflessione che lo aveva condotto a percepire e raccontare la complessità dell’animo umano, capace di grandi voli e altrettanto drammatiche cadute. “Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle”, affermava Baruch Spinoza, e Fettolini sembra volerne seguire l’insegnamento. L’interesse storico-sociale che permea buona parte delle opere degli anni successivi non reca accento di condanna morale o giudizio. Gli ultimi – emarginati, diversi, le vittime del nostro quotidiano – entrano nella sua ricerca diventandone attori protagonisti. E con loro entra la figura di Giuda Iscariota – destinata a trovare un ruolo di primo piano nella poetica di Fettolini – colui che siede dall’altra parte del tavolo, il traditore, emblema dell’indispensabilità del male per generare il bene, monito per chiunque osservi l’altro come altro e non come possibile parte di sé. La tematica di Giuda viene sviscerata con una mostra del 2002, Giuda iscariota uomo di città, curata da Fausto Moreschi, sensibile interprete e conoscitore dell’espressione del sacro nell’arte contemporanea. Nei testi che accompagnano le opere si indaga, attraverso passi dai saggi di eminenti studiosi della materia, la complessità della figura di Giuda, personaggio ben poco raccontato nei Vangeli, seppure determinante nella storia di Cristo. Per comprendere quanto Fettolini senta la tematica è sufficiente osservare le opere della serie, che inaugurano, tra l’altro, una fase creativa di straordinaria intensità, opere nelle quali all’aggressività del gesto e della materia si contrappone la dolente e pietosa consapevolezza della necessità dell’errore e la volontà di non giudicare. “Non ho inteso aggiungere nulla a quanto noi sappiamo o crediamo su Giuda Iscariota”, spiega l’artista stesso in chiusura del catalogo, “di assolverlo o condannarlo, perché questo a me non compete. Semplicemente e liberamente ho voluto cercare di dissolvere uno dei dubbi che accompagnano la mia vita e il mio essere cristiano”. E il “suo essere cristiano” è un essere cristiano fuori dai codici che cerca risposte nel senso più puro del Cristianesimo. “Mille croci che piovono dal cielo sono quelle che dipinge Armando”, scrive Massimo Castellani nel testo di introduzione al catalogo della mostra Testa e croce, ora nelle tue mani”, del 2007, “Un cielo dal quale io, lui, noi tutti aspettiamo ogni giorno una risposta, il segno di qualcosa che è già stato o che dovrà arrivare. Intanto, in questo tempo agonizzante ci confondono mille finti messia, tiranni non-pensanti che sputano le loro leggi inderogabili, emettono sentenze, lanciano bombe sugli innocenti e poi santificano ciò che non ha senso. Spesso rendono ridicolo e umiliano l’uomo che vive nella verità”.
Nella propria ricerca Fettolini ha sempre cercato di osservare il mondo fuori dai codici che “mille finti messia” provano a imporci giorno dopo giorno: un desiderio di superare i conformismi, le apparenze, i perbenismi e i luoghi comuni della sistema in cui viviamo che, in una società come la nostra, è assai difficile appagare mantenendosi in un giusto equilibrio.
L’iconografia sacra in Fettolini si mette al servizio di una riflessione che ci riguarda tutti, perché indaga il nostro rapporto con l’altro da noi, ma anche con l’altro che è in noi. Perché questo accada anche il simbolo più noto e diffuso – la croce – deve spogliarsi della sua identità superficiale, sfuggire a ogni possibile codificazione fideistica (e, per così dire, consumistica), e recuperare il suo significato più profondo, facendosi segno, evocazione, memoria. Nella ricerca di Fettolini i topoi religiosi vengono riletti in questa direzione, lontani dal rischio della banalità e della consuetudine e in costante dialogo con il linguaggio pittorico, con la forza espressiva dell’opera, che ha sempre e comunque la prevalenza sul suo significato. La croce si fa simbolo non di sofferenza ma di preghiera e speranza, la corona di spine diventa un fiore (si veda, ad esempio, M’ama o non m’ama, del 2007), i Comandamenti trovano ritmi musicali, il Golgota si trasforma in un paesaggio interiore, un paesaggio dell’anima che appartiene a tutti noi che diventiamo portatori della croce, imparando a gestirne il peso. Ognuno ha il suo Golgota, sembra dirci Fettolini: quasi un monito rassicurante, un abbraccio pieno di comprensione espresso nella rabbia dolente del colore e della materia delle sue opere.
Gli altri, quelli strani, quelli che non sono come noi, offrono il motivo per un’esperienza tra le più struggenti e intense del suo percorso: Dal mondo degli strani. Sulle sue superfici crettate, ferite, lacerate, Armando disegna ora teste, corpi, figure senza volto, senza identità. Sono tracce di un’umanità senza nome, reietta; figli di un dio distratto (come recita un titolo di un’opera) che vivono ai margini del tessuto sociale. Presenze solitarie e immobili; sguardi negati e dialoghi impossibili per chi, distratto, non parla né vuole imparare il loro linguaggio. Un invito a uscire dagli stereotipi, a cercare il diverso che è in noi, coltivando anche quegli aspetti che le convenzioni sociali ci impongono di ignorare o addirittura di combattere. “Perché sono DIVENTATO… (leggi pure ‘matto’ fa lo stesso) non sono diventato lo ero già”, scrive Padre Luigi Peraboni in uno dei testi che introducono la mostra (tutti interventi, tra l’altro, non curati da storici dell’arte e critici ma da personaggi che hanno forti relazioni con la diversità), “Esistono gli ‘strani’?!? Strano!!! E chi sono? Io non ne vedo in giro. Sono tutte persone come me, come te. Domenica mattina ho dato la comunione a un giovane che vive più sulla strada che al chiuso… Il corpo di Cristo… il corpo di Cristo. Quello, aveva premura di andarsene, mi mette con simpatia una mano sulla spalla e dice: ‘Ciao’! Gli sorrido e con lo stesso tono squillante rispondo: ‘Ciao’!, come fossimo al bar… Il corpo di Cristo… il Corpo di Cristo. Sul volto dei devoti leggi: è proprio strano. Lui o il prete? Tutti e due? Chi lo stabilisce?”. La religiosità anticonvenzionale di padre Luigi, da sempre molto vicino a Fettolini, chiarisce con la sua sempre sorprendente ironia l’assenza di significato (o quanto meno l’inconsistenza del significato che gli è attribuito per consuetudine) della parola strano: la normalità è un’ossessione che è bene considerare in tutta la sua pochezza (e pericolosità).
L’indagine di Dal mondo degli Strani parte dal ricordo dell’applicazione delle teorie eugenetiche e dall’eliminazione sistematica dei malati mentali da parte del nazisti, per arrivare fino a una riflessione ben più sottile e dolorosa: il nostro quotidiano rapporto – spesso negato, sottovalutato, considerato con superficialità – con la diversità. Provare a guardare il mondo con gli occhi degli altri: una tematica di assordante attualità, a pensarci, che sollecita con effetti straordinari la vena creativa di Fettolini, il rovistatore – come lo ha definito nel suo scritto per il medesimo catalogo Ruggero Sicurelli – capace di indagare i recessi più nascosti dell’animo umano e tradurli in segno e materia. Il linguaggio dell’artista si mette così al servizio di opere nelle quali la forma astratta si mette in dialogo con la presenza della figura. Silhouette di corpi e volti emergono dalla superficie materica, immerse in una coltre spessa di gesso e colore. I graffi e le lacerazioni a cui Fettolini ci aveva abituati nelle opere precedenti si fanno ora portatori di un’inquietudine interiore profonda e quel silenzio che già accompagnava le sue composizioni evoca ora abissi di solitudine. Con Dal mondo degli strani (e la conseguente serie dei Dialoghi degli assenti) si chiude, probabilmente, una fase della ricerca dell’artista. Le opere costituiscono nel loro insieme quasi una summa della strada percorsa nell’ultimo decennio del Novecento e nei primi anni del nuovo millennio. La natura informale-astratta emerge ancora in alcuni lavori, accompagnata a tratti dall’uso della parola (si veda ad esempio Se ne va tra gli attesi, uno dei lavori più sospesi e matericamente potenti nella sua essenzialità dell’intero ciclo); restano anche le cicatrici, le ferite suturate; ritrovano una loro ragione di essere anche il dripping – quel gocciolare del colore che aveva caratterizzato le sue opere più giovanili –, gli impasti materici, le crettature, le combustioni (qui tradotte in vampate nere che salgono verso l’alto, quasi fossero pareti di gallerie autostradali sporche di smog), ma tutto raggiunge una nuova maturità e consapevolezza. Lo spazio di Fettolini non è nell’informale. Nasce, senza dubbio in quell’alveo ma non è quello il luogo di appartenenza dell’artista. A dispetto della sua costante e reiterata tendenza all’astrazione Fettolini è un pittore figurativo, dalla profonda vocazione simbolista. Il suo Infinito appartiene a questa terra. Il suo sguardo sa raccogliere la vastità del cielo e racchiuderla in un confine che l’occhio umano può osservare. Ed è l’Uomo – l’Uomo nella sua relazione con l’Assoluto ma comunque l’uomo – il centro nevralgico della sua ricerca pittorica.
(Testo tratto da: Immergersi nel cielo, catalogo della mostra presso l'Università Bocconi, 2019)



Ad abitare gli spazi materici di Fettolini non sono solo gli invisibili che si annidano nelle paludi dei Corpi in viaggio; li percorrono anche mammiferi di varia provenienza: orsi, leoni, cervi, iene, giraffe, scimpanzé… Prede e predatori, Cacciatori e cacciati. Un’altra metafora esistenziale. Un’altra strada per giungere comunque al punto di partenza: chi è l’uomo? Di cosa è capace (e incapace)? Dove finisce il bene e comincia il male. Ma poi: cos’è il male? Le bestie – ora vittime ora carnefici per loro stessa natura – si fanno portavoce di un’esigenza etica, di una riflessione sulla condizione umana, incarnando l’uomo nei suoi vizi, nelle sue virtù, nei suoi istinti più ancestrali e belluini, e al contempo ci ricordano l’ordine del Creato – inteso anche in senso religioso – ovvero quelle leggi necessarie alla vita, su cui il sistema naturale si basa. Nelle sagome disegnate, che si stagliano sui fondi gessosi caratteristici del suo linguaggio pittorico, si rintraccia a pieno la capacità tecnica di Fettolini, perfettamente padrone del disegno e del senso della composizione e a proprio agio anche con l’elemento figurativo anche quando fortemente realistico. Pur assolvendo a una funzione innanzi tutto allegorica, gli animali sono ritratti con precisione per il dettaglio ed esattezza anatomica, splendidi frammenti di vero nell’assoluto di una distesa cromatica tendente all’astrazione.
Talvolta a questi animali – soprattutto, non a caso, lupi e agnelli – si affiancano silhouette umane: uomini in giacca e cravatta, signore in tailleur o abitini eleganti, sacerdoti, personaggi talvolta anche vagamente riconoscibili, che appartengono (o evocano) mondi di potere, prepotenza e arroganza. Nella triade uomo-agnello-lupo – homo homini lupus, osserva una lunga tradizione di pensiero che dall’antichità arriva all’epoca contemporanea… – si dichiara, senza troppe speculazioni filosofiche, la preoccupazione di Fettolini per il destino della nostra società e questa volta, infondo, ci scappa anche una vena se non giudicatoria quanto meno profondamente critica, che svela l’animo più agguerrito di questo combattente mite che è comunque meglio non fare arrabbiare.
In questa visione con il mondo animale come specchio dell’umanità emerge, per importanza e compiutezza, la serie dedicata ai Randagi: un gruppo di opere molto ben risolte, che ha aperto percorsi di riflessione importanti nella ricerca dell’artista.
“Il cane e l’uomo, l’uomo e il cane.”, scrive nella presentazione della prima mostra interamente dedicata al ciclo pittorico Sabina Zotti, “Giacché i cani sono come gli uomini, specchio, gli uni per gli altri, di una medesima realtà che dice del medesimo senso di solitudine e di abbandono, della medesima bestialità e aridità di sentimenti. Ma chi sono allora i veri randagi? I cani? O l’uomo che li ha resi tali? O entrambi? (…) Questo stesso indecifrabile interrogativo lo sentiamo echeggiare nei quadri di Fettolini, nei bianchi degli sfondi, nel vuoto di quei paesaggi deserti e assolati, nei silenzi che avvolgono quelle distese senza tempo che gridano inascoltate una sofferenza tanto grande, quanto inattesa e meritata”. Sono aggressivi questi randagi? Talvolta lo sembrano, digrignano i denti, addentano bastoni che qualcuno gli ha tirato, si aggirano in cerca di cibo; raramente sono in branco, per lo più camminano da soli. Talvolta, invece, paiono mansueti e docilissimi, con un disperato bisogno di affetto, pronti a tutto per una carezza: a tutto, salvo che a rinunciare alla propria libertà. Perché l’elemento cardine dei Randagi di Fettolini è proprio questo: la libertà. Ecco di nuovo il viaggiatore. Ecco di nuovo emergere la vera identità di questo disperso, incapace di smettere di sognare, immaginare, guardare oltre, anche quando le contingenze del quotidiano glielo potrebbero chiedere, addirittura imporre. Il randagio, dunque, è certamente un’allegoria dell’Uomo, come più volte si è detto, ma è anche e soprattutto un autoritratto di Armando: sincero, istintivo, fedele agli affetti veri, allergico alle regole, spirito libero e animo zingaro al quale gli schemi vanno stretti.
 (Testo tratto da Immergersi nel cielo, catalogo della mostra presso L'Università Bocconi, 2019)