NICOLO' TOMAINI

Sorprendel’intelligenza diNicolò. Sorprende perché è tanto acuta quanto ben celata dietro un sorriso leggero e scanzonato. Leggerezzanell’approccio e profondità nel pensiero sono due qualità che ben raramente si accompagnano e che quando si incontrano danno sempre ottimi frutti. Senza eccessi diteatralità, senza inutili drammi, senza toni sopra le righe,Nicolò getta il suo sguardo curioso sulla realtà che lo circonda e la racconta, con caustica, ma mai aggressiva, ironia. Tomaini osserva un’umanità che ha smaterializzato se stessa e il proprio sapere, che ha reso intangibile la cultura, il ricordo, la memoria, gli affetti, la vita stessa. Un’umanità che ha creato per sé un habitat che, come scrive Alessandro Baricco (The Game, Einaudi 2018) è un “sistema di realtà a doppia forza motrice, dove la distinzione tra mondo vero e mondo virtuale decade a confine secondario, dato che l’uno e l’altro si fondono in un unico movimento che genera, nel suo complesso, la realtà”.
E sono proprio lo scarto tra mondo reale e mondo virtuale e l’evoluzione della specie umana nella direzione di una dimensione intangibile, che fa della rapidità, della facilità (e necessariamente della superficialità) le proprie bandiere a interessare a Nicolò Tomaini, fin dalle prime opere. La vita, le emozioni e la conoscenza tradotte in faccine, cuoricini e pollici alzati, la comodità di racchiudere tutto in un cenno di assenso, un’icona stereotipata, un simbolo che preclude qualsiasi forma di modulazione, di approfondimento, di spiegazione. Tomaini schiaccia l’occhio, sorride sornione e poi affonda il colpo: ritrae una coppia di amanti codificandoli nelle loro attività su whatsapp, trasforma la data sulla lapide di una tomba in un “ultimo accesso”, celebra grandi personalità della storia e della letteratura attraverso le loro frasi celebri snaturate e fagocitate in un febbrile copia/incolla… Quello raccontato da Tomaini è un mondo dove la citazione ad effetto è di casa, dove la cultura è un patchwork di conoscenze veloci e senza spessore, dove anche l’arte si svuota fino a diventare un’immagine da postare (e speriamo si carichi presto… Se no cambiamo soggetto, tanto Van Gogh o Leonardo che differenza fa… Basta attrarre i followers!): in poche parole il nostro mondo, quello in cui tutti – chi più, chi meno (e alzi la mano chi davvero è certo di non farne parte) – siamo immersi ogni giorno. Perché, per citare ancora Baricco, se esiste “un oltremondo, la gente ovviamente ci va. Se esiste un sistema di realtà a due forze motrici, la gente naturalmente finisce per far girare in quel volano anche sé stessa”, fino al punto di smarrire la propria personalità, mescolandola ad altre diverse identità reali e virtuali, che confondono i piani esistenziali in una “costellazione di presenze in continuo pulsare”, frazionandosi in tanti individui differenti o smaterializzandosi in una frase da pochi caratteri o nell’icona di un profilo.
Tomaini non pare voler dare giudizi né salire in cattedra. Lui stesso è dentro a quel volano (e sarebbe quasi impossibile che non lo fosse) ma cresciuto nell’arte e dotato di intelletto (oltre che di una notevole preparazione e di una certa innata sensibilità) sa distinguerne i limiti, sa tenere il controllo del volo e sa come comunicarci quanto vede intorno a sé. La sua massima attenzione non è rivolta tanto ai suoi coetanei o alla vita contemporanea, quanto al passato, alla storia, a quel retaggio di memoria e conoscenza senza il quale l’Uomo non sarebbe più tale. Nicolò riflette sui ricordi, sulle immagini – dipinte o fotografate – e sulle parole che dall’altro ieri giungono a ieri e poi a oggi, in un passaggio di testimone di generazione in generazione. Come un “debitore emotivo” (come lui stesso si definisce) cerca di restituire al mondo quello che lui stesso ha provato di fronte a un dipinto di un maestro del passato. Il confronto con i padri per Tomaini non solo ha ancora senso, ma è anche una condizione necessaria per essere artisti. E forse proprio per questo ha deciso di raccontare il presente (e il futuro) partendo dal passato. In questa relazione strettissima con la storia sta, a mio avviso, una delle questioni che sgombrano totalmente il campo dalla tentazione di definire Tomaini un artista pop. Nicolò è “pop” nel momento in cui cerca di parlare a tutti, di farsi capire anche fuori dall’ambiente dell’arte, ma non lo è affatto nell’approccio al soggetto. Si avvicina ai capolavori del passato con un’attitudine assai differente da quella di Warhol e di Lichtenstein, né celebra l’oggetto di consumo, anzi, cerca disperatamente di trasformarlo in qualcosa di diverso da sé, snaturandone e contaminandone l’identità (come, ad esempio, nel caso degli Ipad con le opere d’arte dipinte sullo schermo). Il suo è un dialogo visionario, a tratti intimo e poetico, a tratti spregiudicato, con i suoi colleghi del passato – grandi e noti maestri o sconosciuti destinati a restare anonimi poco importa –, le cui opere sono sottoposte ogni giorno a insopportabili violenze in nome di orgogliosi selfie scattati al museo, acquisti su Amazon, postaggi di immagini su Instagram e fraintendimenti verbali su Facebook. Da una parte Nicolò sembra, dunque, voler difenderne il lavoro, svelando i meccanismi della mercificazione che fa di un’opera d’arte un oggetto commerciale e commerciabile, da consumarsi senza rispetto o da ridurre alla stregua di un’immagine adatta ai social; dall’altra pare volerne attualizzare il linguaggio, rendendoli contemporanei, traducendoli in una grammatica che tutti oggi possano comprendere, pur senza snaturalizzarne l’identità. L’effetto è, soprattutto per le opere anonime, a dir poco straniante e profondamente suggestivo: volti, sguardi, pettinature, abiti di tempi addietro, escono dalla polvere e ci guardano con gli occhi del passato, osservandoci mentre attendono di “essere caricati” sul nostro schermo, di entrare del tutto in questo nuovo mondo in cui sono stati trasportati con loro somma meraviglia. Il pensiero corre a Matrix e a tutti quei film che raccontano il potenziale e i pericoli di un’esistenza virtuale parallela: uno scenario in cui “gli uomini, separati dalla natura, vivono ridotti a protesi passive delle macchine”, come spiega l’artista stesso in una recente intervista, “ma la tecnologia non potrà mai sostituirsi al calore di un abbraccio”. “La mia non è una condanna al mezzo”, scrive ancora Tomaini, “bensì una riflessione sull’utilizzo dello stesso e su cui porre particolare attenzione, se infatti il dispositivo artificiale può essere utile nella gestione dell’urgenza contingente, non possiamo perdere di vista ciò che dobbiamo difendere e da cui potremmo ripartire: la nostra natura organica”. Si basa proprio su questa riflessione l’ultima serie di lavori a cui l’artista sta lavorando: Silicio. Evocativo fin da titolo, questo ciclo di opere insiste con maggior fermezza e maturità su concetti già accennati in passato. Con l’impiego inaspettato di una tecnica che Tomaini ha – in un certo senso e trasformandola in tutt’altro dal modello originale – colto dalle sperimentazioni sul collage di Kolar, e con un occhio all’immaginario della programmazione dei computer (inserendo la sequenza alfanumerica nella parte alta del dipinto), in bilico tra passato, presente e futuro, Nicolò ha tolto stabilità a ritratti che hanno attraversato il tempo, ha avviato il processo di cancellazione di volti che un tempo sono stati reali e tangibili e ora appartengono solo a una memoria virtuale e, come presenze immateriali, possono sparire con un semplice gesto sulla tastiera. Cosa siamo, dunque, noi? O, perlomeno, cosa stiamo diventando? Dove finisce il gadget acquistato su Amazon e comincia l’opera d’arte? Dove finisce il nostro essere e comincia il nostro apparire? Ci smaterializzeremo anche noi come i seriosi e composti volti di Silicio? Spariremo in un attimo, magari ancor prima di esser stati del tutto caricati? Immagini senza corpo e senza storia: un’idea a dir poco inquietante, ma non così inipotizzabile. Fatti recenti ci hanno insegnato che l’umanità è pronta ad appassionarsi all’oltremondo fino al punto di considerarlo migliore di quello reale. Ma i medesimi fatti ci hanno anche fatto provare sulla nostra pelle quanto ci manchi il contatto, la stretta di mano, l’abbraccio: quanto ci manchi l’altro. E ben chiari ed evidenti si sono manifestati tutti i limiti di questa dimensione parallela, fino al punto di apparire, talvolta, meno libera e più codificata di quella reale, quasi avesse preso buona parte dei difetti dell’essere umano, trascurandone le qualità. Si pensi, ad esempio, alla censura, un altro tema su cui Nicolò si è speso con intelligenza. Il mondo del web è nato anche come spazio di libertà di pensiero, figlio di una rivoluzione culturale che passa anche dalla ribellione al sistema dominante. Purtroppo la libertà ha finito per diventare un caos in cui la verità si perde spesso e volentieri e in cui tutti hanno qualcosa da dire e lo dicono, senza freno, spesso con un’acredine e un’aggressività impressionanti. Ed è arrivata la censura. Una censura che, a guardar bene, riporta il concetto stesso di limite morale ben indietro nel tempo, fino a riguardare intere categorie, ad esempio quella dei nudi, siano essi pornografici o artistici poco importa. Così, a fronte di una violenza verbale talvolta inaccettabile e della meschinità di pensiero che emerge ovunque negli spazi dei social, mai potremo postare o pubblicare il sensuale Nudo sdraiato di Modigliani, troppo carnale per essere tollerato, ieri come oggi, nel 1920 come nel 2020. A cento anni dalla morte del pittore siamo ancora qui a contestare la liceità dei suoi nudi, trattati peggio di banali foto osé di personaggi in cerca di celebrità facile. Da questa riflessione Tomaini ha tratto una delle sue opere a mio avviso più pungenti, una cornice vuota, della dimensione del celebre capolavoro di Modì, con una semplice scritta al centro: “Il tuo post è stato rimosso. Abbiamo rimosso il tuo post perché non rispetta le linee guida della comunità”. Nicolò, del resto, fa proprio questo: mette alla berlina le “linee guida della comunità” svelandocene le fragilità, i limiti, le incoerenze e, soprattutto, i rischi. Egli gioca con le immagini – le taglia, le copre, le modifica, le contamina, le elimina, le traduce in codici alfanumerici o in parole – e lascia che siano loro a raccontarci la verità. Una verità che conosciamo bene, ma che è sempre meglio ogni tanto rispolverare e riconsiderare, giusto per non dimenticarcene mai.

(Da: Per poter NON annullare l'immagine, testo nel catalogo della mostra allo Spazio heart, 2020)